Chanel e il coraggio del falso
Negli anni Venti Gabrielle Chanel fece una cosa allora quasi scandalosa: portava lunghi fili di perle, vere e false mescolate insieme, sopra il jersey e il tweed, a qualsiasi ora del giorno. Per lei un gioiello non doveva dimostrare ricchezza, ma completare una silhouette. Con la Maison Gripoix e poi con Fulco di Verdura, che negli anni Trenta disegnò per lei i celebri bracciali smaltati con la croce di Malta, trasformò il bijou in un linguaggio. Da quel momento sovrapporre non volle più dire ostentare: voleva dire comporre. È lo stesso principio da cui parte la collezione Chain, in cui la maglia è una linea da disegnare sul corpo, sola o accostata ad altre.

La spilla che parla
Se la catena traccia linee, la spilla mette un accento. Madeleine Albright, segretaria di Stato americana, ne fece un vero strumento diplomatico: sceglieva le spille in base all'incontro della giornata, un serpente dopo che la stampa irachena l'aveva definita così, palloncini nei giorni sereni, e raccontò questa abitudine nel libro Read My Pins del 2009. La lezione per chi compone un insieme di gioielli è semplice: la spilla va pensata come un punto fermo, spesso asimmetrico, che orienta lo sguardo. Sul bavero di una giacca, sul risvolto di un cappotto o persino tra due catene, i modelli di Pin Me Up funzionano proprio così, come una frase breve che dà senso al resto.

Il nodo come centro di gravità
Ogni composizione riuscita ha un centro. Nella pittura lo si chiama punto focale, nella gioielleria è spesso l'elemento più compatto e scultoreo, attorno al quale le catene sottili si dispongono come cornici. Il nodo si presta in modo particolare a questo ruolo: è una forma chiusa, che trattiene lo sguardo invece di disperderlo, e ha una lunga tradizione simbolica legata all'unione e alla fedeltà. Quando si sovrappongono più pezzi, conviene sceglierne uno solo di questo tipo e lasciare che gli altri lo accompagnino. Un ciondolo della collezione Nodo royale, portato alla base del collo, regge da solo due o tre catene più lunghe senza che l'insieme risulti affollato.

La regola delle tre altezze
Gli stilisti che lavorano con il layering usano spesso un criterio pratico: distribuire i gioielli su tre altezze distinte. La prima, aderente al collo o appena sopra la clavicola; la seconda, a metà del décolleté; la terza, più lunga, verso lo sterno. La differenza tra un livello e l'altro dovrebbe aggirarsi sui cinque centimetri, così che le catene non si intreccino e ogni pezzo resti leggibile. Conta anche lo scollo: una camicia aperta accoglie bene tre livelli, un girocollo ne vuole al massimo due, portati sopra il tessuto. Un charm della collezione Paris al livello più corto e un pendente di Roma a quello intermedio, per esempio, costruiscono un dialogo tra due città senza sovrapporsi.

Vittoria, la Scozia e i gioielli della memoria
Il layering ha anche un'anima sentimentale, che si deve in buona parte alla regina Vittoria. Fu lei a rendere di moda i bracciali a charm, a cui aggiungeva medaglioni con ritratti e ciocche di capelli dei figli, ed è a lei che si deve la fortuna della cosiddetta Scottish pebble jewellery, le spille e i braccialetti in agata e argento nati dal suo amore per le Highlands e per Balmoral. Ogni pezzo aggiunto era un ricordo, e l'insieme diventava un diario da portare al polso. È lo spirito con cui accostare i ciondoli di Family a un omaggio scozzese come Edimburgo: una composizione che cresce nel tempo. Per iniziare la vostra, esplorate le collezioni su tutte le collezioni.